20101101

Apocalypse 2013 - 2013 l'anno del black-out

di Monica BATTISTONI - IL MONDO 45
le reti, ha spiegato il presidente, Corrado Calabrò, sono a rischio di crack: «L'Italia è il secondo Paese europeo per diffusione della banda larga mobile
Alessandra B. abita a due passi da Piazza Repubblica, a Milano, e si occupa di l'abbigl lamento. «Spesso chi mi chiama pensa che abbia il telefonino spento. Invece è acceso. Ho provato a cambiare modello, ma niente, il malfunzionamento persiste_ Ed è un guaio perché questa irreperibilità, seppure saltuaria, mi ha fatto perdere un sacco di clienti». Quello di Alessandra B. non è un caso isolato. E, soprattutto, è il sintomo di un problema più grande: la saturazione delle reti telefoniche mobili. Un aspetto che a luglio ha spinto l'Authority per le comunicazioni a lanciare l'allarme: le reti, ha spiegato il presidente, Corrado Calabrò, sono a rischio di crack: «L'Italia è il secondo Paese europeo per diffusione della banda larga mobile. Ma se interveniamo rapidamente, con il tasso attuale di diffusione degli smartphone la nostra rete mobile rischia il collasso», ha annunciato il Garante, solo un paio di mesi fa. Insomma, le linee possono saltare, saturarsi, risultare inaccessibili. E dato che, non solo le relazioni personali, ma anche il husiness corre sulle onde rad iomohi l i, secondo i pessimisti c'è la concreta possibilità che i telefonini si rivelino presto un punto debole invece che uno strumento di lavoro. Soprattutto adesso che smartphone e chiavette-modem hanno accelerato l'utilizzo in mobilità di internet. Tanto che gli esperti, off the record, fissano una data dell'armagedclon dei telefoni: il 2013. Se entro quell'anno gli operatori non investiranno una valanga di milioni, le comunicazioni si bloccheranno
Ma è proprio vero che le reti stanno per scoppiare come un palloncino gonfiato troppo?
Nielsen ha calcolato il traffico di telefonia mobile su un panel di 60 mila utenti. Risultato: il consumo è cresciuto da 90 mb al mese nel primo quadrimestre 2009 a 298 mb nello stesso periodo di questanno. Sempre nel 2009, più di un terzo degli utenti dotati di smartphone usava meno di 1 mega al mese. Ora, grazie al pro-liferare delle applicazioni, i dati sono aumentati di un quarto. Gli operatori, però, smorzano. «In Italia un tracollo come quello di At&T, causato dal traffico deil'iPhone, è da escludere: il 20% degli utenti usa il mobile broadband e gli operatori sono abituati a gestire un traffico elevato di dati. È vero, però, che i piani di crescita ipotizzati due o tre anni fa non sono più validi», sostiene Clara Pelaez, strategist di Ericsson, uno dei maggiori player nelle infrastrutture di rete. Se un anno fa l'iPhonemania ha messo a repentaglio il contratto in esclusiva che lega l'operatore americano con Apple, perché gli utenti per alcune ore al giorno non riuscivano a parlare (e figuriamod scambiarsi dati), in Italia la crescita, impensabile fino a due anni fa, di tablet e nuovi prodotti digitali sta spingendo tutti a una corsa all'ammodernamento di reti progettate c sviluppate per trasportare pochi byte. «Noi prevediamo un aumento del traffico dati su questi device pari al 10 mi-ha nei prossimi cinque anni, un volume enorme. Nel 2015 i dati che viaggeranno tra un'antenna e l'altra saranno pari a 23 exabyte: è come se 6 miliardi 300 milioni di persone ogni giorno scaricassero dalla rete un libro digitale», aggiunge Maria Elena Cappello, amministratore delegato di Nokia Siemens Networks Italia. «C'è anche un altro motivo per cui aumenta il traffico di rete: i supertelefonini inviano di continuo segnali per controllare se ci sono dati a loro disposizione. Come risolvere il problema? Il fenomeno degli smartphone, ovviamente, non è controllabile, ma l'ottimizzazione e l'evoluzione della rete sì». Questo delirio di dati che viaggiano tra computer con chiavetta, smartphone e tablet ha dunque costretto gli operatori a rivedere il loro business plan. Occorrono investimenti, tanti e subito.
«Ormai il 30% di chi si connette a Facebook lo fa dal cellulare o in mobilità», ha spiegato pochi giorni fa l'ad di Telecom Italia, Franco Bernabè, per giustificare i pesanti stanziamenti («circa il 30-40% di 9 miliardi») per rimodernare le sue reti. «I volumi di traffico dati, che nel 2007 era pari 4 petabyte, è cresciuto di 15 volte fino a raggiungere 60 petabyte attuali, che potrebbero diventare 150 nel 2013 circa 2,5 volte i volumi di quest'anno», puntualizza Bernabè.
Secondo il quale, inoltre, in Italia un altro ostacolo è posto anche dai limiti di legge per i livelli di campo, cioè le emissioni elettromagnetiche: negli altri Paesi sono leciti livelli molto più alti e, dunque, è più facile coprire il territorio. In ogni caso, se lo sforzo di aggiornare macchine e software non fosse attuato «si arriverebbe alla saturazione della rete nel giro di un paio d'anni», ammette Marco Patuano, numero uno del marketing Telecom. Insomma, il 2013 sarebbe l'anno del grande crack. Il piano dell'ex monopolista per evitare l'apocalisse dei telefonini prossima ventura prevede connessioni più veloci, a 21 megabit da subito per Milano e Roma, per far viaggiare in minor tempo i dati
Non solo: Telecom prevede anche di installare mille nuove celle gsm per la voce, 1.300 nuovi nodi refarming per la banda larga, 5 mila siti hspa (cioè per dati ad alta velocità) e 250 siti Lte (Long term evolution), cioè lo standard di quarta generazione che permetterà di ricevere dati alla struggente velocità di 100 mega al secondo. Con questi interventi, abbinati al collegamento dell'80% delle stazioni radio base alla fibra ottica, «si manterrà una saturazione del 53% o 55% nelle ore di punta», che è la percentuale ottimale secondo Oscar Cicchetti, direttore Technology & Operations di Telecom. Basterà? Bernabè & c. pensano di sì. Ma, certo, le previsioni sono pur sempre teoriche: due anni fa, per esempio, nessuno aveva ipotizzato l'odierna crescita del traffico dati. Tutta colpa, si fa per dire, dell'iPhone, dell'iPad e simili. Qualche esempio: scaricare un video di YouTube sul cellulare o su un tablet equivale a inviare 500 mila sms simultaneamente in rete. Ci sono, poi, attività di cui non ci accorgiamo, perché vanno in automatico. Per esempio, la posta push sui BlackBerry. Oppure, l'effetto del signaling delle applicazioni, come i widget meteo, software che aggiornano costantemente le previsioni del tempo. Di rischio controllato di un ingorgo sulle reti parla anche Paolo Bertoluzzo, amministratore delegato di Vodafone Italia: da saturazione non è un problema attuale, grazie ai continui investimenti che effettuiamo ogni anno, ma lo potrebbe diventare se sottovalutassimo l'uso delle chiavette internet oggi e quello di smartphone e tablet in futuro». Vodafone dichiara di investire 1 miliardo di euro in servizi e innovazione ogni anno, di cui circa la metà nello sviluppo della banda larga mobile nell'aggiornamento dei software e delle infrastrutture di rete e per potenziare l'accesso di una parte chiave della rete, ossia la stazione radio base alla rete fissa. E non 1 manca una indiretta risposta polemica a Telecom, seppure in via ufficiosa: «Già oggi Vodafone è dotata di tecnologia hsdpa a 14.4 mbps sulla quasi totalità della rete mobile di terza generazione e, con il servizio hsdpa , già avI viato nelle grandi città, raggiungerà i 21,6 mbps. Prevediamo di arrivare a 42 mbps entro il 2011, a 84 mbps nel 2012. Infine, Vodafone ha già sperimentato con successo la nuova tecnologia Lte, che permetterà ulteriori evoluzioni fino a oltre 100 mbps», fanno sapere dall'headquarters milanese dell'operatore britannico. Guerra delle reti a parte, per i carrier investire è un impegno obbligatorio, perché la mancanza di una pianificazione adeguata delle frequenze per i prossimi anni potrebbe far peggiorare la situazione. La banda mobile, infatti, si satura molto più velocemente del rame o della fibra e, quindi, servono nuovi canali oltre a quelli già in uso. I tecnici la spiegano così: «Per accompagnare e sostenere la crescita della domanda di traffico dati è necessario che siano effettuate le procedure per l'assegnazione di nuovo spettro già disponibile (1.800 mhz e 2,6 ghz) nel corso del 2010-2011 e, quanto prima, anche del cosiddetto dividendo digitale a 800 mhz», puntualizza Alberto Ripepi, direttore delle Tecnologie di Vodafone Italia. Frequenza, quest'ultima, più pregiata rispetto a quelle usate dall'umts o hspa a 2.100 mhz, perché permette al segnale di coprire più territorio a parità di antenne e di farlo penetrare attraverso i muri. Insomma, minore è la frequenza, maggiore è la diffusione delle onde elettromagnetiche. «In Germania le frequenze sono già state messe in vendita, ma con obiettivi ben diversi rispetto alla protezione di una paventata saturazione di rete. Il vero problema era l'estensione della copertura del segnale radio mobile per colmare il digital divide e, infatti, le frequenze sono state assegnate con precisi vincoli validi fino al 2015: lo sviluppo delle connessioni nelle aree rurali», sottolinea Nicola Grassi, direttore Network development di Wind, sicuro che il traffico nei prossimi due anni non saturerà la rete che gestisce il carrier (quasi) russo-egiziano «perché da sempre abbiamo seguito una politica commerciale in linea con un uso normale della banda mobile, senza spingere l'offerta su velocità nominali che alla prova dei fatti non sono sostenibili». Già, la banda non è infinita e per alcune applicazioni molto pesanti l'uso del collegamento in rete fissa sembrerebbe più ragionevole. Aprire una pagina web su uno smartphone, per esempio, occupa lo spazio di cento telefonate. E, anche se i canali di trasmissione dati e voce sono diversi, transitano nella stessa cella. Così iI fenomeno della linea che «cade» è spesso causato dalla bassa qualità di collegamento tra il telefonino e l'antenna della stazione radio base (Bts), la torre che invia e riceve il segnale ai cellulari. Tecnicamente il problema di Alessandra B. e di tutti gli utenti nella sua situazione si può riassumere così: gli utenti connessi alle celle che costituiscono la Bts (da un minimo di tre a un massimo di sei) in quel momento sono di più di quanti la cella stessa possa sopportare. Oppure, semplicemente, è il volume dei dati che congestiona l'antenna, perché la capacità del sistema è calcolata sulla base del traffico generato dal numero massimo di utenti in quella zona. In questo caso, parlare di crollo, collasso o crack è improprio, perché l'impossibilità di comunicare non avviene improvvisamente, ma si manifesta con un progressivo deterioramento del servizio, per esempio con la voce che va e viene, dovuto a un eccesso di traffico. E se per i tecnici definirlo degrado o saturazione è più corretto, certo non è meno preoccupante. E dire che, in Italia, le stazioni radio base che assicurano la copertura del segnale sono circa 40 mila, un numero impressionante. Tanto che se negli anni passati venivano installate a un ritmo di migliaia di unità all'anno, in tempi recenti si Trarla di centinaia ogni anno. E allora? «Il problema sostanziale è il trasporto dei dati dall'antenna alla dorsale, alla quale tutti gli operatori devono appoggiarsi per portare buona parte del segnale. Se non si potenzia il collegamento a questa valanga di dati che viaggia su fibra ottica delle singole stazioni radio base (in termini tecnici si chiama backhauling), si rischia un collo di bottiglia con un effetto simile a un fiume in piena dove la portata degli affluenti è superiore a quella del collettoreprincipale», avverte Marco Calzavara, ceo dell'omonima azienda specializzata in telecomunicazioni e produttrice di speciali rivestimenti a forma di palme o di abete delle antenne, che servono a mimetizzarne l'impatto sul territorio. Il problema è che sono poche centinaia le antenne raggiunte da fibra ottica, che è capace di gestire un numero maggiore di dati. Certo, collegare tutte le Bts non è economicamente sostenibile, anche perché in alcune zone a bassa densità abitativa basta una buona rete in rame, sostengono gli esperti. Ma nel resto d'Italia? Il problema si collega alla realizzazione della famosa Ngn, la rete in banda larga di nuova generazione, che ancora non si sa come e quando si farà: il tavolo indetto dal ministro allo Sviluppo Paolo Romani è arrivato a un accordo tecnico su come realizzare le infrastrutture passive, ma resta da trovare un'intesa sul soggetto che dovrà operare sul territorio.
A CACCIA DI FREQUENZE La situazione è, insomma, complessa e passa anche sui tavoli della politica, in primo luogo per l'assegnazione delle frequenze. Anche se qualcosa è stato fatto: «Il mese scorso», ha spiegato Calabrò, «abbiamo approvato il piano delle frequenze. Non ci credeva nessuno. E la prima volta che un piano che abbia un'effettiva probabilità di attuazione viene adottato in Italia: permette risorse per le televisioni nazionali (con cinque nuovi multiplex a gara), per l'alta definizione, per le emittenti locali (con almeno 13 mux, che corrispondono a 65 programmi locali per ogni regione), per la radio, e consente di liberare nove canali televisivi da destinare alla larga banda wireless, come chiede la Commissione europea». Sarà sufficiente? Secondo Stefano Quintarelli, fondatore di I.Net, «non esiste una soglia minima o massima di banda, ma va vista in termini di gap rispetto ad altri Paesi. Se in Finlandia la gente riesce ad aspettare di meno e quindi lavorare più velocemente, per esempio, o se un operatore commerciale riesce a Fare una visita in più perché il collegamento con il suo palmare è più veloce, guadagna un 10% di efficienza. Quindi, la domanda è: l'Italia che rappresenta la sesta economia del mondo che rete si merita?».

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