20150120

Prigionieri della mobilità

La mobilità sarebbe, secondo le Nazioni unite, un «motore dello sviluppo umano».

La mobilità impregna i discorsi. La si trova accostata a fluidità, creatività, accessibilità, per descrivere dei progetti dove si parla di libertà, autonomia, realizzazione o di dinamismo.


Persone (studenti, lavoratori, immigrati), beni (merci trasportate da un capo all’altro del globo), competenze (agilità, apertura di spirito), idee (politiche, scientifiche) o informazioni (media, avere un «portatile», reti): nulla sfugge alla mobilità.

Per pensare in termini di mobilità è stato necessario prima di tutto concepire l’individuo nello spazio, dire che la sua localizzazione era fonte di problemi o di difficoltà. Quindi aggiungere del senso e delle emozioni comuni a quest’idea: da una necessità biofisica, la mobilità è diventata una caratteristica personale nuova definita da scelte razionali in rapporto alla «realizzazione di sè».

Pitirim Sorokin inizia negli anni ’20 parlando di «mobilità sociale».


seguendo una concezione che associava l’individualismo volontarista ad una certa idea di merito e di realizzazione personale.


La sociologia [...]
teorizza il «capitale mobilità», centrato sulle «competenze» che sarebbe sufficiente acquisire per facilitare i «potenziali» di spostamento.


Dopo la seconda guerra mondiale, contro l’opposizione tradizionale «della fuga e della lotta, l’assimilazione della prima a un tradimento condannato dagli eserciti e dalle nazioni».


Henri Laborit scrive un Elogio della fuga, Guy Debord e i situazionisti esplorano la «deriva» urbana, Gilles Deleuze e Felix Guattari fissano la «deterritorializzazione».


La mobilità aumenta la sua influenza anche grazie al mondo politico che se ne appropria per darsi un nuovo afflato negli anni ’60. Il 9 settembre 1965, Charles de Gaulle spiega che essere mobile è «imparare un mestiere». Quarant’anni più tardi, la stessa idea si applica ai lavoratori che «possono essere colpiti dalla mobilità».


Secondo la Commissione europea la mobilità è un’«opportunità» così come una «buona pratica». Con «il 2006, anno europeo della mobilità dei lavoratori», fissava le sfide della loro «adattabilità (…) alle mutazioni strutturali ed economiche». Fra sottomettersi e dimettersi, l’ingiunzione alla flessi… mobilità costituisce un elemento supplementare della dominazione del lavoratore.


Nell’aprile 1994, François Mitterand concede loro «una forma di liberazione (…) nella mobilità del lavoro e nella mobilità degli orari». Offrire la mobilità alla popolazione equivale a tentare di far credere che le ineguaglianze e la dipendenza economica siano finite.


Come nella celebre massima di Karl Marx dove «gli ideologi mettono tutto sotto sopra», l’ideologia della mobilità valorizza, al di sopra di tutto, le virtù. La mobilità deve essere così intesa come ciò che dice di non essere: una categoria che fa credere. Essa proietta una rappresentazione del mondo concepita dalle élite. Così, a partire da fatti di scarsa importanza, essa privilegia il mondo come dovrà (dovrebbe) essere rispetto ai rapporti socio-spaziali come sono nella realtà, declinando i un fenomeno totale. Tuttavia la maggioranza della popolazione vive senza questa rappresentazione o al di fuori da essa.


Dietro questa pioggia di cifre i problemi della mobilità restano sconosciuti: sono in parte legati al potere sul corpo, forma di dominazione dove l’individuo, attore della sua mobilità (visto che è per la sua felicità!), sarebbe «responsabile» del suo futuro oltre che garante di quello della società. Quest’ultima evoluzione, solo in ordine di tempo, instaura un ordine di mobilità nel quale il capitalismo sviluppa «lo sfruttamento degli immobili attraverso i mobili» alimentando la sua capacità di rispondere alle proprie contraddizioni.


Siete liberi: muovetevi per salvarvi!   >>>

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